Interviste 2003
Graham Norton Talk Show 18 Febbraio 2003
GN:Ti stiamo per
perdere.
GA:Beh non per tanto tempo.
GN: Stai per tornare in america.
GA: Si. Ero intenzionata a tornare oggi.
GN: Torni per divertimento?Lavoro?
GA: Torno per divertimento... si, Torno per divertimento per circa un mese. Mi
figlia...si.
GN: Awww...
GA: Si, awww..
GN: Ma hai intenzione di dirigere un film..
GA: Finalmente, sto lavorando su qualcosa che sto... sto adattando un libro in
sceneggiatura che finalmente dirigerò,ma ci vorrà un po’ di tempo.
GN: Questo è un grande progetto comunque..
GA: E’ un grande progetto,si,scriverlo e dirigerlo,ma sai,ci vuole tempo.
GN: Non hai diretto un episodio di X-Files?
GA: Solo uno. Ne ho scritto e diretto uno.
GN: Ti sei
divertita?Devi esserti divertita.
GA:Devo divertirmi a farlo di nuovo. Mi sono divertita tantissimo. E’ stato
straordinario in verità,ma ho sudato molto!Ho sudato molto mentre stavo
dirigendo.Una cosa che mi ricordo circa il processo di regia. E’ proprio
accaduto a me,ho sudato un sacco!
GN: Quanto bella è
stata la Bretagna per te? Ti sei innamorata in Bretagna!Ti sei innamorata di un
uomo britannico,apparentemente.
GA: Si,in verità lui è
del Kenya.
GN: Davvero? Oh lui vive qua ora!
GA: Si e sembra un tranquillo inglese.Ha passato molti anni qua. E’ andato a
scuola qui.
GN:Ma ding dong,
allegria in cielo... campane di matrimonio!
GA: Si,veramente!
GN: Davvero?
GA: Davvero.
GN: Hai già pianificato il tuo corredo per il matrimonio?
GA: Non c’ho molto pensato in verità. Non avrò un velo. Non sarà tradizionale.
(Graham
tira fuori un paio funcky scarpe da sposa da corsa con le perline da una
scatola.)
GN: Quanto senza stile possono essere?
GA:Sono isteriche!
GN: Sono proprio sbagliate!
GA: Ma sono in verità una bella idea sebbene,o no? Intendo,e se ci sono delle
persone che hanno proprio dei brutti piedi e non possono indossare sandali e
tacchi alti e il vestito è abbastanza lungo da nasconderle. Almeno sono comode.
GN: Sono TUE!
GA:E inoltre,possono correre verso l’altra direzione se lo sposo non si fa
vedere.
GN: E’ vero.Mi piace la prontezza di questo.Mi piace che tu possa farlo con
queste.
GA: Si.
GN: Sono buone!
GA: Lo sono... sono davvero adorabili.
Molto altri scherzi tra loro su altri alternative opzioni di matrimonio...
GN: Non voglio entrare
nella tua intera storia romantica ma stavo leggendo che tu hai trovato qui in
Inghilterra l’amore della tua vita ma il tuo primo bacio è stato qui lo stesso.
GA: Questo è
divertente,si è stato qua. E’ stato vicino ad una catena di un recinto,penso,nel
retro di un parco giochi quando avevo 7 anni o giù di lì.Sei o sette
penso.Potrebbe essere stato Simon o…sto cercando di ricordare.Penso che potrebbe
essere stato qualcuno di nome Simon. O forse qualcun altro.
GN: Beh,tutti ricordano il loro primo bacio.
GA: Davvero? Le persone non lo fanno, penso.
GN: Nemmeno io, ma è quello che dice qua (fa segno sul copione).
L’intervista finisce qua,anche se Gillian rimane per tutta la puntata.
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The Cambridge Student Newspaper
6 Febbraio 2003
Il fattore X [Trad: Lone Angel]
Richard Kimber è divertito, affascinato e incantato da Gillian Anderson.
Con il suo attuale spettacolo nel West End quasi concluso e nessun progetto per
il prossimo futuro, essenzialmente c’erano poche ragioni perchè Gillian Anderson
accettasse l’invito della Cambridge Union di essere un'ospite relatore, e ancora
meno ragioni per accettare le attenzioni di un giornale studentesco.
Le sue ragioni ruotano attorno al fatto che aveva precedentemente visitato
Cambridge in una pausa di poche ore, “ C’erano così tante cose che non
conoscevo, e tanti posti in cui non potevo entrare, e l’ho vista come una grande
opportunità ”.
Anderson parla in modo fluido e sognante, in un accento tra un raffinato inglese
e un morbido americano. “ E’ difficile per me stare in Inghilterra senza
utilizzare la cadenza dei dialoghi inglesi. Quando sono in America, o anche se
ricevo una telefonata da là, assumo immediatamente quella cadenza. Non sono
molto orgogliosa di questa cosa, ma non posso farci niente. A volte, se sto
parlando con un inglese e finisco a parlare con l’accento americano, è perché
sono cosciente del fatto che sembro un’inglese e finisco col cercare di essere
Americana. Non so dove appartengo.”
Lei è felice di prendersi tutto il tempo che occorre per rispondere, poi si
scusa per quella che descrive come “ una tendenza a parlare di getto ” e implora
“ interrompetemi quando volete, e ditemi di fermarmi se vado completamente fuori
tema.“ Potrebbe tranquillamente riferirsi a sé stessa qui, visto che è quando
lascia vagare la propria mente che esprime se stessa in modo libero, e tanto è
fanciullescamente onesta nei suoi punti di vista, tanto più è consapevole del
potere dei moderni media che tutto vedono, della loro bramosia di
decontestualizzare commenti impulsivi e sconvolgere il significato di tutto il
resto.
“ Alla fine del giorno, non hai un f****to controllo. Puoi stare seduto di
fronte a qualcuno e credere di avere una conversazione intelligente e poi loro
scrivono quello che vogliono. Questa è la parte dell’invasione dei media che mi
fa più arrabbiare. Mi fa bollire il sangue, specie quando si tratta di mia
figlia, è davvero troppo.”
“La fama non mi interessa. Da una parte la disdegno tantissimo, sebbene sia
coinvolta in modo intrinseco con quello che faccio. Può diventare
un’assuefazione, una sorta di droga. Penso di aver avuto abbastanza esperienze
in cui questa droga mi ha lasciato talmente vuota che, grazie a Dio, sono stata
capace di dire ‘ Non voglio averci niente a che fare. Voglio fare
qualcos’altro.’.”
Questa cautela dovuta all'esperienza l'ha resa profondamente risentita verso
quell'apparentemente inevitabile livello di pubblicità che accompagna lo status
di celebrità. “ C’è una certa quantità di pubblicità che dev’essere fatta se
vuoi che quello che stai facendo sia promosso e visto, e questo aspetto è quello
che mi indispone. Arrivi ad un punto in cui devi promuovere te stessa, e non
importa se quello che ne esce fuori non ha niente a che fare con quello che sei
come essere umano. È un terribile circolo vizioso, ma sfortunamente non c’è modo
di sfuggirlo, e tu devi renderti conto che questo è quello che devi fare.”
Avendo passato nove anni come protagonista di una delle serie televisive più di
successo degli ultimi anni, senza dimenticare che è stata indicata come una
delle donne più sexy del mondo da un giornale britannico per uomini, è difficile
sorprendersi se i media sono così interessati alla sua pubblicità.
Il suo nome è quasi diventato il sinonimo di quello di Dana Scully, il suo
personaggio in X-Files, e solo per questa ragione è comprensibilmente ansiosa
che il programma non domini la conversazione. Guardando indietro, lei sente che
X-Files “è andato avanti con due serie di troppo”, e ricorda che la più grande
sfida come attrice per lei è stata “ comparire tutti i giorni e continuare a
trovare nuove cose nel personaggio per renderlo nuovo.”
Si sente comunque fortunata per aver “ recitato un ruolo con cui ho amato vivere
per così tanto tempo.”. Ed è la prima a riconoscere i benefici che le sono
derivati dal successo del programma. Lei è felice del fatto che adesso ha la
libertà di esplorare aree di suo personale interesse ed è grata “ perché l’aver
recitato questo personaggio davvero intelligente e forte ho accresciuto la mia
autorità di attrice. Se avessi dovuto incontrare qualcuno o avere un casting
dopo “Buffy The Vampire Slayer” sarebbe stata una situazione completamente
diversa.”
E’ solo quando Anderson racconta la sua vita prima degli X-Files che la sua
natura innatamente umile viene spiegata in qualche modo. Infatti, prima del suo
coinvolgimento nella serie, la sua carriera di attrice era davvero allo stadio
iniziale e il pensiero di una carriera in biologia marina era solo una remota
possibilità. “ Ero disoccupata da un anno e mezzo prima di fare X-Files. È
sorprendente quanto tutto ciò sia avvenuto rapidamente e quanto io sia stata
fortunata.”
Quello che è ancora più sorprendente è che Gillian è finita a recitare e basta.
Nata a Chicago, la sua famiglia si trasferì a Puerto Rico prima di stabilirsi a
Londra. Poi, quando lei ebbe 11 anni, si trasferirono nel Michigan in una
“odiosa casa” nella quale “ non sapevo assolutamente cosa fare con me stessa.”
“Ho passato un periodo della mia vita nel quale non sapevo cosa andasse bene e
cosa no. La mia mente era completamente estranea a quel posto, non volevo che mi
si dicesse di studiare, non volevo andare a scuola, semplicemente non mi andava
di fare niente. E’ stato molto difficile per me trovare un punto di
focalizzazione. Poi, ad un certo punto, per qualche ragione, mi sono ritrovata a
partecipare ad un’audizione per uno spettacolo della comunità e ho avuto la
parte. Improvvisamente è stato come se un interruttore si fosse acceso dentro di
me, e mi sono sentita come se potessi esprimere me stessa. Improvvisamente mi
sono sentita felice. Non so cosa mi ha guidato alla mia prima audizione, “
rimugina lei “ ma non penso ci sia mai stato un punto in cui io abbia sentito
che questo non è quello che sono destinata a fare.”
Dalla fine degli X-Files, Anderson ha goduto dell’opportunità di esplorare il
suo “desiderio di essere creativa”. Questo viaggio l’ha portata adesso al
palcoscenico del West End, rappresentante un ritorno alla patria geografica e
professionale, in quanto è attraverso il teatro che ha iniziato a vivere come
un’attrice. “ E’ sempre stata quasi una battaglia per me trovare una
giustificazione sul perché sono finita a fare televisione, perché non ho mai
pensato di iniziare con quella.”
È inamovibile sul fatto che il recente influsso delle star di Hollywood nel
teatro londinese “non abbia influenzato alcunché”, spiegando che “c’è un certo
rispetto che circonda il teatro in Inghilterra in modo di differente da New
York, e io ho sempre voluto farne parte.”
La sfida di tornare a teatro dopo dieci anni di assenza è stata, secondo lei,
come “saltare in un cerchio di fuoco. In teatro hai molto tempo per provare a
studiare il tuo personaggio, hai questo campo recitativo da esplorare. In
televisione reciti davanti ad una telecamera, lo puoi fare per poco tempo,
magari provarlo mentre la camera si muove e poi fondamentalmente vieni filmato.”
E’ questo tipo di sfida artistica nuova che adesso Gillian sembra desiderare.
“Sto per provare e fare cose che sono il più lontano possibile da Scully, ma non
penso di essere su questo binario solo per provare al mondo che posso farcela.“
Lei ammette di essere “un po’ spaventata in questo momento” ma tra un sacco di
altri progetti interessanti, ha recentemente acquistato i diritti di un libro
che spera di trasformare in un film che dirigerà. Sembra che il suo nome non
uscirà dalla fama artistica per un bel pò.
Uno scopo in cui Gillian spera di riuscire quando il tempo lo permetterà è di
tornare agli studi accademici. “Quando ero una studentessa non rispettavo il
fatto di esserlo. Non apprezzavo il fatto di essere in una posizione in cui
avevo il mondo sotto la punta delle mie dita, era solo qualcosa che dovevo fare.
Adesso che capisco il senso, mi piacerebbe davvero ricominciarla con il rispetto
che si merita.”
Il ritorno allo studio sembra perfetto per una donna che sembra insaziabilmente
curiosa e piena di pensieri. È frustrata dal modo in cui la sua infanzia nomade
e la sua attuale vita frenetica sembrano averle negato il tempo che desidera per
immergersi nell’università e nei suoi affari. “A causa del lavoro che ho fatto
per così tanto tempo, ci sono stati nove anni in cui ho letto di rado un
giornale. Ci sono così tante cose che non so, e mi sento davvero ignorante. Mi
sento abbastanza convinta di questa cosa e poiché la mia parola è ascoltata,
tendo a evitare di dire cose che non siano puramente basate su un grande base di
comprensione e verità. Preferirei non dire niente, sebbene lo voglia, ma non
voglio mettermi in questa posizione.“
Come sempre, è semplicemente questione di trovare il tempo. “Non sono
preoccupata per questa cosa. Faccio solo quello che mi capita davanti e cerco di
vivere la mia vita come vorrei fosse vissuta, il che comprende avere amici,
viaggiare, avere la libertà e questo genere di cose.”
E’ questo spirito rilassato, mantenuto con yoga e meditazione, che supporta la
convinzione di Gillian che questo momentaneo, evasivo periodo di totale libertà
dagli impegni apparirà quando sarà il tempo giusto. “Onestamente penso che se le
persone capissero completamente su un piano fondamentale che proprio questo
momento, questo momento e solo questo, è tutto quello che abbiamo, non ci
sarebbero il 99,9% dei problemi che ci sono adesso nel mondo.”
Sarebbe troppo facile considerare questo un punto di vista idealista e romantico
e se vuol dire questo per Gillian Anderson “se tutto peggiorasse, tutte le cose
materiali, tutta la fama, tutto, so che starei bene. Sono in un periodo molto
felice della mia vita in questo momento, e so che potrei trovare la felicità con
nient’altro in più.” Poi, citando una certa cantante country rock “non può
essere così brutto.”
--- Desert Island Discs
12 gennaio 2003
trad: Lone Angel
Nota: andare al fondo della pagina per la lista dei pezzi musicali di Gillian.
Sue Lawley: Il mio naufrago questa settimana è un’attrice. La sua infanzia è
stata come una scacchiera. I primi anni come figlia unica di una famiglia
americana a Londra, i restanti come sorella maggiore negli Stati Uniti.
Recitare è stata la sua ancora di salvezza e a 20 anni si è trasferita a
Hollywood per seguire il sogno che ha sedotto e abbandonato molti altri prima.
Per lei è diventato realtà. Ha ottenuto la parte dell’Agente Scully in X-Files,
affascinante esempio di razionalismo di fronte all’inesplicabile.
Adesso, lasciata dietro le spalle la serie che ha fatto il suo nome e la sua
fortuna, è pronta per dimostrare il suo talento come attrice poliedrica e
versatile. Ha ricevuto grandi lodi per la sua interpretazione come bellezza
dell’antica società in “The House of Mirth” e in questo momento è possibile
vederla in un intenso spettacolo, “What the night is for”.
Lei ha avuto ottime critiche, lo spettacolo un po’ meno. Ma tanto, come dice lei
“ Ho una tendenza a scalare prima le montagne più alte”. Lei è Gillian Anderson.
S: Hai anche un sacco di fortuna, Gillian. Sto pensando al fatto che hai
ottenuto la parte in X-Files – grande colpo di fortuna perché il fatto che ti
abbiano presa è interamente dovuto ad un atto di fede del suo creatore, Chris
Carter, non è così?
G: Sì è giusto. In quel tempo, lui andava contro corrente ed ha veramente
esposto se stesso per me, basandosi sulla sua determinazione ad avere una
protagonista ritratta nel modo in cui lui la vedeva e non nel modo in cui la
voleva Hollywood.
S: Ma l’ha vista – l’Agente Scully – come intelligente, ben vestita, con le
scarpe alte e con lucidi capelli con un taglio a carrè…. Non era esattamente il
tuo aspetto quando ti sei presentata per l’audizione.
G: No, non lo era in realtà, e la primissima volta che mi presentai
all’audizione, avevo un paio di jeans e capelli lunghi e crespi, quasi come
dredd e dopo l’audizione loro mi dissero: “Ok, vogliamo che tu torni per
un’altra audizione, ma quando verrai la prossima volta, potresti pettinarti e
indossare un vestito o qualcosa di simile?”. Cosa che ovviamente ho fatto.
S: Così sei andata alla prima audizione pensando: “Beh hey, eccone un’altra,
devo andarci” e subito hai incontrato questo tizio, Chris Carter, che ha detto “
Sei tu quello che voglio.” Dev’essere stato abbastanza sorprendente.
G: Lo è stato, ma io non avevo la minima idea di dove mi stavo mettendo o di
cosa stavo realmente per fare. Voglio dire, sapevo che era un provino per un
pilot televisivo. Non sapevo nemmeno cosa fosse un pilot. Non sapevo
assolutamente niente.
S: Come hai detto tu era un pilot. Anche quando hai ottenuto il lavoro, e penso
sia successo di giovedì per iniziare le riprese il sabato, un pilot non
necessariamente ha un seguito.
G: No, non è necessariamente girato o continua per nove anni consecutivi.
S: Avevi una minima idea a proposito di dove ti eri cacciata? Eri lì, occupata
per i seguenti nove anni, dieci mesi su dodici, 16 ore al giorno. Tu non ne
avevi idea.
G: Nessuna idea. È stato un brutto risveglio.
S: Brutto? Non è stato un benvenuto?
G: Oh, assolutamente. Beh, l’aspetto del benvenuto è stato il fatto di avere un
lavoro. Ma prima che tu arrivi all’audizione finale, devi firmare un contratto
che stabilisce l’ammontare di denaro che guadagnerai per i seguenti 5 anni e
mezzo e che, se ti scelgono, lavorerai per i seguenti cinque anni e mezzo, e non
hai altra scelta, non puoi uscirne.
S: Così è stato un grande affare a 24 anni firmare un documento riguardante i 5
anni e mezzo seguenti della tua vita, non è così?
G: Sì!
S: Bene, adesso stiamo firmando un documento che riguarda il resto della tua
vita su un’isola. Ti stiamo per far naufragare e tu hai solo questi otto brani
musicali per farti compagnia. Dimmi qual è il primo.
G: E’ così difficile scegliere. Sono una grande amante della musica. È stato
davvero difficile. E c’è un po’ di ironia in ogni scelta, nonostante abbiano
avuto un grande impatto nella mia vita. La prima che ho scelto è “You can’t
always get what you want” dei Rolling Stones, non solo perché l’ho sentita
tantissimo in camerino mentre mi truccavano e pettinavano nelle prime ore del
mattino, e perchè noi la facevamo partire quando eravamo pronti mentre giravamo
la serie, ma anche perché l’ironia sta nel fatto che, a volte, anche se c’erano
altre cose che avrei voluto, che riguardavano la mia carriera o la mia vita
privata, cose che pensavo di dover avere o che desideravo, alla fine non puoi
sempre avere quello che vuoi.
S: Sarai felice di sapere che non ti chiederò se credi nel paranormale,
comunque, la ragione per cui X-Files ha avuto così tanto successo – ed è stato
un successo fenomenale in moltissimi paesi in tutto il mondo – è che c’è un gran
numero di persone che credono nel paranormale. Ho letto che circa il 60% della
popolazione americana crede nei rapimenti da parte di alieni.
G: Davvero? Non lo sapevo.
S: E credo che una piccola percentuale pensi di essere già stata rapita dagli
alieni. Ma è questa la verità, no? È una cosa che si alimenta direttamente da
questo tipo di ossessione per il paranormale.
G: Penso di sì, voglio dire è diverso dall’essere spettrale in modo paranormale.
Io penso che ci sia un posto per essere spaventati o scioccati. Sai, dove la
gente va e vede i film di Halloween e cose del genere. Ciò mi sbalordisce.
S: bel lavoro, sei quella razionale tra i due. L’Agente Mulder era quello che
credeva in…
G: sì, ma la cosa interessante è che non puoi evitare che faccia parte della tua
vita con un aspetto della sua paranoia e negatività, sebbene sia solo…
S: Davvero è entrato nella tua vita?
G: Penso che sarebbe successo a chiunque. Voglio dire, lavoravamo a Vancouver,
dove c’è pochissimo sole per la maggior parte dell’anno, e lavoravamo con un
tempo ridicolo per ore ridicole e avevamo a che fare con malvagi mezzi morti per
tutto il tempo. Come possono sedici ore della tua vita… Voglio dire, come può
non colpirti?
S: Per quanto riguarda noi che non siamo colpiti dal paranormale, ciò che è
interessante è il fatto che tu e Mulder non siete mai stati insieme. Un critico
ha detto che il più lungo bacio in sospeso nella storia della televisione.
G: No, alla fine lo abbiamo fatto. Oh sì. Abbiamo avuto un figlio. Hai perso un
bel pezzo di storia.
S: Santo cielo. Allora l’hanno davvero rovinato per sempre. È finito.
G: E’ finito. C’è una piccola speranza che ci saranno altri film, che ne faremo
un secondo. Mi piace davvero l’idea di tornare indietro ogni tot di anni, e fare
una riunione, e rivisitare questi personaggi.
S: Devi sentirti molto gelosa di questo ruolo. È tuo, no?
G: Oh, sì. Non c’è… SI’!!
S: Ma l’ironia sta nel fatto che tu non avresti mai voluto fare televisione.
Film e teatro erano i tuoi desideri. È una grande ironia.
G: Sì. È quasi isterica. Ero abbastanza elitarista a questo proposito. È stato
come :” Ok, non ho un lavoro da un anno, penso che andrò ad un’audizione per una
serie televisiva.”
S: non era perché non volevi diventare, cosa che poi logicamente è avvenuta, una
pubblica proprietà. Con la televisione succede questo.
G: in quel tempo, non penso di aver avuto questo genere di consapevolezza.
S: Ma quando è successo non ti è piaciuto, giusto?
G: No, l’intero sistema dei media, è solo screditare la vita di una persona.
S: Se questi sono i tuoi sentimenti, perché allora hai fatto hai fatto delle
foto abbastanza piccanti dopo? Non sto parlando del paginone di Playboy…
G: No, no, no. Non stiamo parlando di quello. Beh, è stato per un paio di cose.
Durante la prima stagione rimasi incinta. Quando successe, è stato un mio sforzo
per dire : “ Ok, ecco un altro mio lato, non sono poi così sciatta…”. È stato
questo. E non c’è stata premeditazione e adesso guardo queste foto – la gente le
porta con se fuori dall’ingresso artisti – e penso “Oh Dio”. Voglio dire, è
assolutamente terribile.
S: Parlami del secondo brano.
G: La seconda è una canzone di Joan Armatrading che è stata davvero viva nella
mia vita infantile e che è sempre stata una delle sue canzoni che preferisco. È
“Save me”.
S: Gillian Anderson, ciò che troviamo affascinante di te è che possiamo vantarci
di aver dato i natali ad una parte di te perché tu non sei nata esattamente qua
ma hai trascorso nove, dieci anni della tua vita qua a Londra. Dove vivevi e
perché?
G: Quando siamo arrivati, subito abbiamo vissuto a Clapham Common e poi ci siamo
trasferiti nel Crouch End, dove ho passato i miei anni formativi.
S: E perché eravate qua?
G: Beh inizialmente, secondo la storia, mio padre voleva andare in una scuola di
recitazione. E chiese a mia madre, quando vivevano a Chicago prima che nascessi
io, se preferisse trasferirsi a Londra o in California e lei scelse Londra. E
loro finirono per innamorarsene e per rimanere e rimanere e rimanere e rimanere.
S: Così, come hai detto tu, prima andavi a scuola a Clapham e poi nel Crouch
End. Presumibilmente tu parlavi con accento inglese.
G: Sì, è stata la mia prima lingua. Penso fosse un accento inglese diverso da
quello attuale. Penso fosse più rude ed incomprensibile.
S: Come? Che cosa intendi?
G: Penso che probabilmente parlavo davvero velocemente e borbottavo e avevo una
voce alta da bambina.
S: Quindi eri accettata dagli altri o loro pensavano che fossi diversa perché
avevi i genitori americani?
G: Ero considerata una Yankee e ne ero orgogliosa per il fatto che, quando
tornavamo d’estate per salutare i parenti e visitavo la famiglia, tornavamo in
questi posti pieni di caramelle, e sole e tutto sembrava assolutamente magico,
ed era come se fosse : “ Sono qui!”
S: Ma poi quando te ne sei andata, perché ti sei trasferita quando avevi dieci o
undici anni, tuo padre ha aperto una ditta di video, credo, negli Stati Uniti.
Di nuovo, sei atterrata qua come una specie di outsider nella scuola americana
perché avevi l’accento inglese.
G: Subito penso che mi abbiano accettato perché pensavano che fossi curiosa e
attraente da un certo punto di vista. Poi ho cominciato ad approfittare di
questa cosa, del fatto che stavo attirando tutte queste attenzioni. Io mi
aspettavo di essere al centro dell’attenzione e loro dopo un momento dicevano :
‘Vai al diavolo.’
S: Cosa? Ti mettevi in mostra?
G: Si, sono sempre stata una che si mette in mostra?
S: Ribelle?
G: Molto.
S: Che tipo di ribellione è stata quando avevi dieci, undici, dodici anni e hai
attraversato l’Atlantico?
G: Oh, sai. Quel tipo di cose che fanno i bambini, rubare, mentire, tradire…
S: Di certo, un altro aspetto interessante di quel periodo della tua vita è che
sei stata figlia unica per 13 anni e poi i tuoi genitori sono tornati qua, hanno
cominciato a fare soldi, e hanno deciso di avere altri figli. Dev’essere stato
abbastanza sconvolgente!
G: Sì, è stato abbastanza scioccante. Improvvisamente, dopo essere stata figlia
unica per così tanto tempo, questi due nuovi lumaconi mi hanno rubato tutte le
attenzioni e mi sono ritrovata a raccogliere i loro giocattoli e a fare loro da
babysitter. Penso che mi abbia causato della turbamento interiore.
S: Voglio parlare del tuo turbamento interiore, ma adesso facciamo una pausa per
un po’ di musica. Numero 3, cos’è?
G: E’ di una band che, solo negli ultimi anni, negli ultimi 5 o 6 anni è
diventata probabilmente la mia band preferita. C’è un energia nella loro musica,
che ha le sue radici nel mio turbamento. Sono i Radiohead.
S: Radiohead e “Exit music for a film”. Parliamo dei tuoi turbamenti, Gillian.
Che forma hanno preso prima di tutto?
G: Mi sono trasferita dalla mia esperienza di una città grande, vitale vibrante
e appassionata ad una città nel mio immaginario piccola e noiosamente
repubblicana e ho cominciato a realizzare che il modo in cui mi sentivo, che
esprimeva me stessa la maggior parte del tempo, era attraverso vestirmi in un
certo modo, sentire un certo tipo di musica e esprimere il mio dissenso verso
quello che consideravo una rigida cittadina americana dell'ala destra.
S: Così’ sei diventata una punk?
G: Sì l’ho fatto.
S: Com’eri?
G: Beh, sai, compravo la maggior parte dei miei vestiti nei negozi economici,
indossavo stivali neri appuntiti con fibbie Oxford, avevo i capelli di colori
diversi e, a volte, mi radevo i lati della mia testa, e avevo un anello al naso
che comprai un’estate a Londra quando avevo 14 anni. Ed ero una di quelle
ragazze che, quando camminano per la strada con il loro fidanzato e qualcuno gli
cammina vicino e comincia a fissarle, si gira verso di loro e gli mostra il
dito. Andavo a fare danze sfrenate, stavo alzata fino a tardi e prendevo un
sacco di cose che non sono normali per le ragazze di quell’età.
S: A quanto pare sei entrata in terapia quando avevi 14 anni. È perché sei
entrata nelle droghe, nell’alcool o nella promiscuità? Che cosa è stato?
G: Molte cose davvero pericolose. E avevo bisogno di qualcuno che mi aiutasse
così ho iniziato.
S: Ti è servito?
G: Sì. Sono ancora viva. E ci sono state molte persone lungo la strada che mi
hanno aiutato sotto forma di terapisti o guide spirituali.
S: Hai continuato? Vedi ancora queste persone?
G: Quando ne ho bisogno sì. Ci sono certi momenti nella vita in cui le cose
emergono attimo dopo attimo e tu hai bisogno di confrontarle e di superarle per
vivere una vita pacifica e piena di gioia.
S: Quindi stai dicendo che era qualcosa di più di una semplice ribellione
adolescenziale. È qualcosa che va più in profondità. C’era un bottone per
l’autodistruzione in esso.
G: Oh assolutamente. Sì, assolutamente.
S: E tu hai sottinteso che non saresti qui senza la terapia.
G: Non penso che ci sarei, no. In alcuni punti tra quella strada e adesso…
davvero non penso…
S: Quale è stato il punto peggiore? Quanti anni avevi?
G: Oh, ce ne sono stai tanti, è successo. E le persone lo affrontano in modi
diversi. Le persone si salvano in modi diversi. E le persone si distruggono in
modi diversi. Ho una forte opinione a questo riguardo.
S: E il tuo successo, quando hai avuto successo negli X-Files, come abbiamo
detto avevi 24 anni e stiamo parlando del periodo tra i 13 e i 24 anni…
G: La risposta è no. So dove sarebbe andata a finire la domanda e la risposta è
no. Il successo non ha niente a che fare con la felicità. Il successo non ha
niente a che fare con la liberazione dai demoni.
S: Ma ti ha portato un po’ di tranquillità visto che ti ha dato sicurezza?
G: Quel tipo di sicurezza non è sicurezza vera. Non ha NIENTE a che fare con le
cose materiali.
S: E l’hai trovata?
G: La vera felicità? Ci sono stati momenti della mia vita di vera… Si, non
potrei dirlo se non l’avessi trovata. Questo è dovuto alla mia esperienza
personale.
S: Brano numero quattro.
G: E’ una canzone a cui sono sempre stata profondamente legata. È “Strange
fruit” di Nina Simone.
S: E’ un pezzo straordinario, vero?
G: Davvero straordinario. Prima di tutto la sua voce è semplicemente… è davvero
notevole e muove gli strumenti che ha intorno.
S: In ogni modo, torniamo alla tua vita. Recitare, ho detto nell’introduzione, è
stata una specie di ancora di salvezza. Voglio dire, c’è un po’ di verità in
questo, no? È diventata una sorta di costante per te.
G: Lo è stata. Quando ero al liceo non ero una studentessa particolarmente brava
ed era davvero difficile concentrarmi. Di conseguenza i miei voti non erano
molto buoni. E fu così fino a quando, credo a 16 anni, non scoprii il teatro –
iniziai a fare un internato e a lavorare in un teatro collettivo - e non
successe che entrai improvvisamente a fare parte del cast. Era come se qualcuno
avesse acceso un fiammifero o una lampadina dentro di me, e fu uno straordinario
punto di svolta per i miei sentimenti perché avevo una voce nel mondo e c’era
qualcosa che potevo fare traendone piacere.
S: Così sei andata alla scuola di teatro di Chicago. Ed è stato abbastanza
competitivo, perché potevi essere buttata fuori alla fine di ogni anno se loro
avessero pensato… quindi è un gruppo che diventava sempre più piccolo. Che cosa
facevi là e come sei riuscita a rimanere?
G: Studiavamo recitazione. Voglio dire, era un teatro conservatorio alla Scuola
di Teatro Goodman a Chicago e facevamo spettacoli e facevamo corsi di movimento,
corsi di voce, studiavamo anche altre cose relativamente insignificanti, penso,
per tutti noi a quel tempo.
S: Ma tu sentivi di essere al posto giusto. Era adatto. Non avrebbe potuto
essere altro. Recitare era quello per cui pensavi di dover stare lì.
G: Sì. Sì.
S: Poi hai continuato a New York. Hai recitato sui palcoscenici di New York.
G: Alla fine dell’anno scolastico andammo a New York e facemmo dei monologhi. Io
ne avevo scritto uno su mio padre, credo – qualcosa a proposito di una panchina,
non ricordo. C’era un agente di un’agenzia davvero molto buona che mi fece
letteralmente sedere e mi disse: “Guarda, se vieni via di qua, noi ti
rappresenteremo.”. Così presi tutte le mie cose guidai la mia Wolkswagen Rabbit
una notte dalle 23.00 e trovai da sola la mia strada attraverso New York.
S: Quanto era lontano? Centinaia di miglia?
G: Sì.
S: E avevi un posto dove stare quando sei arrivata là?
G: No.
S: E hai fatto la cameriera per un po’ perché le parti non arrivavano spesso e
velocemente.
G: No, per niente. Non arrivavano. In retrospettiva non è incredibilmente vero,
visto che dopo un anno ho trovato lavoro.
S: Ma non abbastanza lavoro da trattenerti dall’andare a L.A., perché è là che
sei andata e hai deciso di continuare a recitare.
G: Sì, non avevo intenzione di trasferirmi là. Volevo solo visitare il mio
fidanzato ed è finita che ho venduto il mio biglietto di ritorno e ho messo
tutte le mie cose in deposito.
S: Vedì è il fato.
G: Sì. Fato e destino.
S: Pezzo numero 5.
G: Il numero 5 è un pezzo di Schubert che ho amato per tanti anni che mi porta
indietro nel tempo e questa è una ragione abbastanza buona per portarlo in
un’isola deserta dove ho bisogno di piangere da sola. E’ “Death and the maiden”.
S: Hai recitato in “The house of mirth”, il film tratto dalla novella di Edith
Wharton… Hai recitato il ruolo della povera eroina Lily Bart. A quanto pare sei
stata di nuovo scelta perchè il suo creatore, Terence Davies, ti voleva. Lui ti
ha pubblicizzato e ti voleva.
G: Beh, la cosa bizzarra è che lui non aveva mai visto un mio lavoro. E che lui
voleva conoscermi basandosi sulla fotografia di un ruolo che avevo interpretato,
una motociclista alcolizzata di mezz’età. È quella fu una posa per il film.
S: Straordinario perché lui voleva che recitassi il ruolo di questa bellissima
donna della società Edwardiana. Ma aveva ragione. Sei meravigliosa con quegli
abiti antichi. Ti sentivi a tuo agio? Stavi bene.
G: Mi sono sempre legata a quel periodo su un livello emotivo e psicologico.
S: E hai visto dei paralleli? Voglio dire, la storia di Lily riguarda una donna
elegante ma imperfetta che cerca di trovare la sua strada nella vita. Ha a che
fare con la sopravvivenza e lei, è indubbio, non sopravvive.
G: Beh, non ho dubbi che, come artisti, scegliamo di tuffarci in soggetti – come
succede ad un pittore o ad un attore – che hanno qualche risonanza nella nostra
vita. È chiaro per me che molti dei ruoli che ho scelto di interpretare
riguardano donne che in qualche modo lottano con se stesse e la loro mente.
S: C’è qualcosa qui, che non fallisce con il peso della vita.
G: Sì, esattamente. E si spera che alla fine dei giorni – non nel caso di Lily –
si possa risalire e andare avanti. Io ho rispetto e apprezzo moltissimo coloro
che sopravvivono, che ci riescono. Chi, contro tutte le difficoltà, riesce ad
andare avanti.
S: Pezzo numero 6.
G: Il titolo è “ Love is everything” perché io ci credo. L’amore è tutto. Alla
fine dei giorni, se parliamo della differenza tra essere risucchiati a fondo ed
essere capaci di risalire, questo concetto diventa improvvisamente a giocare un
ruolo davvero forte.
S: Quindi siamo arrivate al tuo attuale spettacolo nel West End, “What the night
is for”, Gillian. Come ho detto nell’introduzione, le critiche non sono state
grandi, ma in realtà è stato lo spettacolo stesso, e non tu o il tuo
co-protagonista Roger Allam, che ha preso una botta dalla critica. Di nuovo,
questo è scalare prima la montagna più alta. Non hai scelto un’opzione
esattamente facile nel West End in questo intenso doppio.
G: Lo so. La mia intera vita è crivellata da scelte come questa.
S: Ma com’è dopo quella prima notte, ovviamente c’erano ancora cose da
perfezionare e poi i critici non hanno reagito come voi avreste voluto.
Dev’essere veramente spaventoso.
G: Non so di incredibile paura. Penso che abbiamo scelto di fare uno spettacolo
che sapevamo avrebbe causato sconvolgimento in qualcuno qui a Londra, già solo
in termini di soggetto e che avrebbe fatto sentire imbarazzate alcune persone.
S: Nostalgia di vecchi amori? Perché è così difficile?
G: No, noi stiamo avendo a che fare con le forti convinzioni riguardo a quanto
una persona sia felice o meno in una relazione. E se uno va a teatro, dopo
quarant’anni di matrimonio, con sua moglie e non è stato felice per 18 di questi
anni ma continua a farlo perché è giusto così, allora si siederanno vicini
sentendo un po’ di imbarazzo.
S: Quindi ci sono alcuni problemi da pagina di terapia qui. E pensi , sembra che
tu sottintendi che noi inglesi non riusciamo a risolverli.
G: Possibile. Ma quello che penso è che questo tipo di dialogo, tralasciano il
corpo dello spettacolo che ha a che fare con questi argomenti, non viene
discusso prontamente né dagli inglesi, né dagli americani. Il discorso terapia e
il discorso verità è più disponibile nell’individuo, è sulla punta della lingua
della maggior parte delle persone.
S: E che mi dici dell’intera esperienza di stare su un palcoscenico?
G: E’ davvero straordinaria. Il processo delle prove è assolutamente creativo,
invigorente e la cosa affascinante, indipendentemente da questo, è negoziare con
lo spettacolo e, sera dopo sera, con il pubblico. Negoziarlo per vivere,
respirare, stare in teatro.
S: Esattamente, è questa è la sostanziale differenza da fare film o televisione.
Questa è una performance continua, ininterrotta che cambia ogni volta perché tu
hai quest’altra cosa organica…
G: E cambia drammaticamente. Lo show è davvero diverso, notte dopo notte, lo è
davvero. Semplicemente, l’ebbrezza dello spunto creativo che corre di momento in
momento attraverso di te alle altre persone sul palco è esilarante. Non c’è
niente di simile nei film.
S: pezzo numero 7.
G: Ho questo album da due anni, ma questa canzone in particolare è davvero
ricorrente nella mia vita adesso ed è molto romantica e melanconica. È “ Hey,
that’s no way to say goodbye” di Roberta Flack.
S: C’è un gran parlare di romanticismo nell’anima da queste parti. Indica che
sta succedendo qualcosa? Qualcuno vicino in questo momento?
G: Ummm, sì.
S: O si sono appena detti arrivederci?
G: Prossimo argomento?
S: Ho capito, ok.
G: Ma grazie per essere stata così intuitiva.
S: Che mi dici della tua famiglia? Che mi dici della madre e del padre che hanno
dato vita a questa figlia ribelle, difficile e punk? Sono estasiati e orgogliosi
che tu abbia trovato fama e fortuna?
G: Sono sicura di sì, che lo siano. Sono sicura che siano estasiati e felici che
io non abbia mollato – che senza una via d’uscita sulla mia strada io non abbia
rinunciato al mio sogno e che io sia giunta a non perdere la speranza. Io sono
convinta che siano elettrizzati perché hanno una figlia viva e che si è lanciata
avanti.
S: Quindi sei una donna che ha imparato ad essere auto sufficiente. Hai imparato
ad avere a che fare con te stessa e con le vicissitudini della vita così
difficili. Quindi riuscirai a sopravvivere in quest’isola deserta, non è vero?
G: Oh, assolutamente. Mi sento davvero molto molto bene in questo genere di
situazioni. So come costruirmi un fuoco e una capanna e prendermi cura di me
stessa.
S: Sempre che tu non venga rapita da alieni di qualche tipo.
G: Non ho dubbi che, dopo qualche anno in un’isola deserta pregherei
giornalmente che qualcosa mi rapisse, indipendentemente dalla sua grandezza,
forma o aspetto.
S: Tutti questi nove anni devono averti insegnato a prenderli in giro, huh?
Parlami del tuo ultimo pezzo.
G: L’ultimo brano è di uno dei miei artisti preferiti di tutti i tempi, Jeff
Buckley. È una canzone di Leonard Cohen. È “Hallelujah”.
S: Adesso Gillian, se potessi portare sull’isola deserta solo uno di questi
brani, quale sceglieresti?
G: “Hallelujah” di Jeff Bucley. Sicuramente, penso.
S: Ora, che mi dici del tuo libro? Ti abbiamo dato la bibbia, è là sulla sabbia,
e l’opera completa di Shakespeare ti sta aspettando. Ma se potessi portarne solo
uno, quale sceglieresti?
G: Io prenderei un libro di Eckhart Tolle, “ The power is now” che in breve
parla di come la felicità possa essere trovata solo in questo momento.
S: Che mi dici della tuo lusso?
G: Qualche registrazione, una registrazione vocale di mia figlia e delle mie
amate storie autobiografiche e poesie che posso sentire ogni volta che voglio.
S: Gillian Anderson, grazie mille soprattutto per averci fatto sentire il tuo
disco dell’isola deserta.
G: Grazie per avermi scelto. È stato un grande piacere.
1. ‘You Can’t Always Get What You Want’
Artista: Rolling Stones
Compositori: Jagger/Richards
Titolo del CD: Hot Rocks 2
2. ‘Save Me’
Artista: Joan Armatrading
Compositore: Joan Armatrading
CD Title: Joan Armatrading
3. ‘Exit Music for a Film’
Artista: Radiohead
Compositore: Radiohead
Titolo del CD: Ok Computer
4. ‘Strange Fruit’
Artista: Nina Simone
Compositore: S White / T Allen
Titolo delCD: Feeling Good - The Very Best of Nina Simone
5. ‘Part of Death and the Maiden’
Artista: Amadeus Quartet
Compositore: Schubert
Titolo del CD: Death and the Maiden/Hunt Quartet
6. ‘Love is Everything’
Artista: Jane Siberry
Compositore: Jane Siberry
Titolo del CD: When I Was a Boy
7. ‘Hey, That’s No Way to Say Goodbye’
Artista: Roberta Flack
Compositore: Leonard Cohen
Titolo del CD: First Take
8. ‘Hallelujah’
Artista: Jeff Buckley
Compositore: L Cohen
Titolo del CD: Grace |