Interviste 2006
Gillian Anderson non è scomparsa come sembra --- Psychologies - August 2006 I can't let myself make a mistake E’ vero. Per me è un punto d’equilibrio tra privacy e comfort. Sono tornata tardi, la notte scorsa, da un viaggio al Cairo con mia figlia, quindi era più facile farla qui e, comunque, non sarà più la mia casa a breve. In un paio di giorni mi trasferirò altrove. Resterete a Londra? Sì. Siamo state qui per 4 anni, quindi questa è casa nostra – per ora, almeno. Lei è cresciuta in Inghilterra fino all’età di nove anni e ora vive qui, sua figlia sta crescendo qui, va a scuola qui. Si sente più Inglese o Americana? [Illegibile] sono consapevole di avere una [illegibile], quando sono lì non mi ci trovo, mi sento più inglese. Qui intavolo conversazioni differenti. Conosco persone intelligenti, ben informate e interessanti, ma c’è molta riluttanza ad andare sul personale, a discutere il modo in cui ci si sente e si pensa. Ma questo sta cambiando. Durate questi quattro anni ho visto che è iniziata una trasformazione. Crede – come altri – che gli inglesi siano persone difficili con cui fare amicizia? In un certo senso. All’inizio sembra l’opposto – sono tutti molto amichevoli e piacevoli, ma fino a un certo punto. Ci vuole molto più tempo per superare la facciata e conoscere bene le persone. E’ un posto grandioso – amo quest’educazione e le sue fondamenta, il fatto che la gente ti mandi ancora lettere di ringraziamento quando sono stati tuoi ospiti per cena. Ma è anche una caratteristica prettamente insulare, molto formale. Gli americani sono più diretti e informali, credo. Sono contenta di questo incontro, oggi. So che questo non è un periodo facile per lei, ha molto da affrontare e superare… Sì, ma sono sempre impegnata. Tra lavoro, viaggi, trasferimento. Ho dei problemi con l’immobilità, con il fermarmi e stare tranquilla. Lei si rigenera tendendosi attiva – è un modo per pensare di avere il controllo? Assolutamente sì, ne è parte, e mi piace molto. Sono sempre stata così. E sto arrivando ad un punto desidero davvero fermarmi, cercare di controllare in qualche modo questa iperattività, perché sono quasi esausta, sfinita. Allora perché lo fa? Perché è così difficile per lei fermarsi? Cosa pensa possa succedere se non riesce a fare tutto ciò che è nella sua lista ‘delle attività’? Credo esista un tipo di persone come me, su questo pianeta, che si sentono così. Non ha alcuna importanza il luogo in cui sono, non ci si trovano e basta. Credo che ciò porti alla mia costante sensazione di dovermi tenere impegnata. Un po’ per dare sfogo a una certa energia creativa, e un po’ per non sentirmi sola o vuota. Ma è anche il nostro tempo e l’illusione che tenendoti sempre impegnata, stai davvero realizzando qualcosa. Lei era figlia unica, e la sua famiglia si è stasferita diverse volte durante momenti fondamentali della sua infanzia. E’ quella mancanza di radici che le fa sentire di non appartenere a un luogo in particolare? Molte cose possono darti quella sensazione. Nel mio caso, ero figlia di genitori entrambi giovanissimi, e non credo che loro fossero pronti ad avere un figlio. Mio padre andava al college e faceva due o tre lavori allo stesso tempo, e mia madre lavorava e studiava. Quindi probabilmente erano molto stressati. Moltissimo. E la vita era molto dura, all’epoca. Certo non era una situazione di vita o di morte ma del tipo ‘come facciamo a mettere insieme il pranzo con la cena?’ Mio padre lavorava molto, e ne era oppresso. Trovava difficile rilassarsi ed essere spontaneo. Voleva una vita diversa, e sapeva che per ottenerla c’erano determinate cose cui doveva dare la precedenza, sia che fosse finire la scuola, iniziare un lavoro in particolare o mettere su una determinata attività. E ogni volta sperava di raggiungere quella libertà. Ma per arrivarci, aveva bisogno di mettere le ruote ai piedi. Io ho visto la durezza di quell’impegno e quell’ansia, erano sempre con me. E come figlia unica di genitori giovanissimi, suppongo si sentisse in un certo senso la terza adulta della famiglia. Assolutamente. Alcuni anni fa mio padre mi disse che aveva fatto uno strano sogno che mi riguardava. Stavo dirigendo qualcosa, e avevo bisogno di pellicola perché mancava, e io avevo chiesto a mio padre di procurarmene un po’. Lui riuscì a trovarla e ad ottenerla, e stavamo per incontrarci sulla strada perché mi desse questo pacco, ma non ero io come sono ora, ero io da tredicenne o quattordicenne. Realizzò che quel sogno fu la prima volta che mi vide come la bambina che non aveva visto in me prima. Era così strano. Ma quello era il modo in cui lui affrontava la vita, e non c’era molto posto per me per essere una bambina. Molti bambini che hanno vissuto quel genere di passato crescono con un’eccessivo senso di responsabilità. Prendono ogni cosa sulle loro spalle. Nel mio caso c’è una strana giustapposizione tra l’essere incredibilimente indipendente e il riuscire a fare tutto da sola, credo che quasta sia una parte di me, di quello che vorrei. Ma allo stesso tempo c’è questo disperato bisogno di avere un aiuto e una guida, e di non essere capace di chiederli. A volte considero questa richiesta come una mancanza di indipendenza, un fallimento o una debolezza. Tutti noi abbiamo delle necessità, delle debolezze e dei giorni no. Li vede nei suoi amici e in sua figlia, e non pensa siano deboli o patetici per questo – allora perché si permette di pensarlo di sè stessa? Credo che molto di questo abbia a che fare con l’autostima e con la sensazione di meritarla o meno. L’altro giorno qualcuno mi ha detto, ‘E’ OK commettere degli errori.’ E io sono letteralmente scoppiata in lacrime. Ho pensato, Sai cosa? No, non è OK.’ Mi sta bene se gli altri commettono degli errori, che sia un amico o mia figlia o chiunque altro. Amo e ammiro gli artisti che non temono di sbagliare in pubblico, trovo deplorevole la nostra crudeltà culturale nel non perdonare simili errori. Sono incredibilmente aperta a questo concetto e al perdono per gli altri, ma per me non va assolutamente bene. Eppure corre dei rischi, nel suo lavoro: trasferendosi da Hollywood, interpretando parti diverse invece di proseguire la strada del successo che ha avuto con The X-Files… Alla fine della serie ero pronta a fare qualcos’altro, ed era decisamente nelle mie intenzioni. Avevo bisogno di mettermi alla prova e di fare cose diverse. Per quanto abbia amato Scully, e l’ho fatto davvero, se dovessi interpretare lo stesso ruolo all’infinito, probabilmente lascerei questo lavoro. Ho bisogno di cambiare. Capisco il timore, o qualunque cosa sia, per cui alcuni restano legati ad un certo tipo di ruolo, perchè non si sentirebbero accettate in altri, ma io non potevo. Era vicina al personaggio di Scully, le somigliava? Le ho dato molto di me stessa. Volevo che fosse un tipo di personaggio diverso. Era importante per me che il suo senso del vestire fosse conservatore e neutro, che lei si sentisse a disagio con certe cose che non erano com’era lei. Credo che molti di noi siano grati a Scully per questo. Era un grande personaggio, e ovviamente una donna attraente. Sarebbe stato semplice renderla una bomba del sesso – e credo che le donne le siano state grate che lei non lo abbia fatto. Sono contenta che dica così – anche a me piaceva quel lato di lei. Ma ad un certo punto ero arrivata molto in confidenza con quel ruolo. Ricordo che avevo 25 anni quando ho iniziato, e all’epoca ero terrorizzata. Ma man mano che entravo in confidenza con lei Scully diventava più forte e autoritaria, e ho dovuto contemporaneizzarla un po’, farla progredire. Ma Scully era sempre molto controllata, no? E ciò è interessante perché lei ha ottenuto delle ottime critiche per Lady Dedlock in Bleak House e, benchè sia un personaggio molto diverso, è molto controllata anche lei. E ha alluso che sotto ci sono diversi strati del personaggio che però rivela solo a piccole dosi e gradualmente. Lady Dedlock ha aiutato le persone a vedere Scully in modo differente. Il mio agente negli Stati Uniti si preoccupava sempre che il pubblico non avrebbe guardato a Scully come ad un personaggio interpretato – credeva che loro avrebbero pensato che io fossi Scully. Ma dopo Lady Dedlock hanno tutti parlato di questa performance e ora sto ottenendo più riconoscimenti grazie a lei, il che è grandioso. A proposito di quel senso di controllo in superficie che nasconde diversi strati, lei ci si ritrova? Sì, credo sia parte anche del mio carattere. A mio discapito, a volte. Posso essere molto controllata – anche troppo. Ma diventa difficile quando questo autocontrollo prende il sopravvento. E’ molto dura con sè stessa. So che è stata in terapia, in passato. L’ha aiutata? C’è qualcosa che può rompere quel senso di ansia e continuo indaffararsi? Ultimamente mi sono chiesta molto come posso fermare questa sensazione, e conosco le risposte. E’ solo che non voglio ascoltarle ora. Le risposte sono la meditazione e lo yoga. Il periodo più felice della mia vita è quando ho fatto molta pratica yoga, e quando ho avuto il tempo di meditare – ero molto più tranquilla. E quasi come se le sbarre trattenessero una parte di me e non mi permettessero di prendermi il tempo di cui ho bisogno. So di essere il mio peggior nemico. Parte di questo ha a che fare con il fidarsi? Lei non pensa che il mondo possa essere un posto pacifico senza che lei lo regga, e non si fida a che gli altri si prendano cura di lei. Deve sempre prendersi cura di sè stessa al 100%. Assolutamente. Ma penso che abbiamo ragione a non fidarci del mondo e delle altre persone. Abbiamo tutti bisogno di stare in un posto dove si può confidare in qualcosa di più grande del mondo e della gente che lo abita. Intendo dire che la meditazione e lo yoga connettono le parti più alte di te, e ti fanno vedere che ogni cosa vivente è connessa in qualche modo. Se riesci ad attingere a questo, di conseguenza ti apri di più alla gente che ti sta intorno e lo fai nel modo giusto. Ma bisogna che inizi da un posto più profondo. Ha detto che è difficile per lei condurre una vita più tranquilla e meno frenetica. E’ vicina a persone con queste qualità? E’ questo che l’attrae? Ciò dipende dallo stato mentale in cui mi trovo. Ho la tendenza a vivere la mia vita a piena velocità e da solista, quindi generalmente non mi fermo abbastanza a lungo da avvicinarmi ad altre persone e a relazionarmi di più con loero. Un po’ inizio a pentirmi di questo. Voglio cambiare questo stato di cose. Quando io mi sento tranquilla, allora mi avvicino a gente che sta allo stesso modo. Ma quando mi trovo nel mio solito stato di impegno continuo, la tranquillità mi spaventa. E me ne allontano. Sembra molto consapevole di sé. Pensa molto a come sta e al modo in cui interagisce con gli altri. Eppure ha detto, in passato, che lei è una persona con cui è difficile vivere. Cosa intende dire con questo? Che mi butto a capofitto nella vita e mi aspetto che tutti quelli attorno a me saltino con me sul treno. Ho una grande forza di volontà e mi piace fare le cose a modo mio – e, ad essere onesta al 100%, una parte di me pensa che ‘a modo mio’ sia sempre il modo giusto. E quando cerchi di vivere con qualcuno o sei il genitore di qualcuno, queste non sono sempre buone qualità. C’è bisogno di più spazio e tempo, e più volontà ad ascoltare le idee degli altri e a fare le cose a modo loro. Devo lavorare su questo. Cosa l’aiuta a superare brutti momenti come questo? Gli amici… e ricordare che quando soffriamo spesso ci comportiamo male, ma che tutti stiamo cercando di fare il meglio che possiamo. Tutti noi abbiamo momenti difficili, e tutti siamo concentrati su noi stessi e le nostre storie – e pensiamo ad aspetti della nostra insicurezza che non sono la nostra vera storia, o non lo sono per intero. È molto importante ricordare che facciamo del nostro meglio, qualunque cosa significhi. Sta attraversando un brutto momento, ora, con la separazione da suo marito. Pensa di superarlo anche attraverso il lavoro? Ciò che è interessante è che ho provato molte emozioni negli ultimi tempi, e mi sembra come se i miei tanti impegni non mi abbiamo aiutato a non provare quelle sensazioni, che arrivano veloci e violente. Ma a dire il vero mi sento bene a riguardo. Se non avessi provato nulla e continuassi ad essere forte, sarei molto preoccupata, invece arrivano e mi sovrastano ed è positivo. E’ parte di questo processo inevitabile, e va bene. Ma ho bisogno di sentirti creativamente stimolata, perché quando non lo sono divento inattiva e mi deprimo. Quando non lavoro, la vita sembra più dura perché una parte di me pensa che sono inutile. Ma almeno sono consapevole di tutto questo e mi fermerò per un po’. Come prova della prospettiva dell’essere sola di nuovo? E’ difficile, strano, ma credo che sia sempre un bene per noi passare del tempo da soli. Strano, la prima sera che uscii con mio marito, avemmo una conversazione riguardo quanto ci piaceva essere single. Eravamo entrambi soli e, a quel tempo, davvero felici di esserlo – così felici che passammo un sacco di tempo a discutere di come nessuno di noi volesse vivere di nuovo con qualcun altro. Era il nostro primo appuntamento. Adesso cosa l’aspetta? Come passerà i prossimi mesi? Be’, devo trasferirmi e ho delle cose da portare a termine. Devo fare pubblicità a Bleak House e ci sarà una campagna per gli Emmy. Sto anche lavorando ad una sceneggiatura cui voglio dedicarmi un po’. E poi decisamente mi concederò del tempo. Ho la strana sensazione che stia per iniziare una nuova fase della mia vita, e voglio avere un po’ di tempo per l’introspezione, per pensarci. E’ strano, perché sapevo che questo momento sarebbe arrivato e mi buttavo nelle tante cose da fare, prevedendo sarebbe arrivato un momento per rallentare. E a dire il vero può anche iniziare adesso. Non è necessario che lavori di più e in anticipo per riuscire a prendermi un momento di tranquillità. La serenità può iniziare qui, ora. --- *** Doppio Agente E’ conosciuta ai fan del genere fantascientifico e agli amanti del genere drammatico come la regina della freddezza calcolata. Ma la vera Gillian Anderson è intensa, emotiva e divertente. Chloe Fox ha incontrato l’imprevedibile attrice con un altro matrimonio alle spalle per parlare di mariti, case e della fuga da Hollywood. Fotografie di Robert Wyatt. Gillian Anderson è in piedi nel soggiorno della sua casa a Notting Hill e osseva l’enorme dipinto che sovrasta il caminetto. Dalla testa chinata da un lato, alle mani appoggiate sui fianchi e i piedi incrociati (inguantati in un paio di stivali di pelle di serpente), di spalle sembra un’adolescente determinata, con una coda di cavallo spettinata e da cui sfuggono i lunghi capelli che le arrivano alle spalle. “Adoro la sua complessità!” dice con voce acuta e una risatina malandrina. “Lo guardi, c’è un labirinto, il Taj Mahal, un serpente e lì, guardi, guardi lì nel mezzo, i gemelli: un bambino e una bambina! Si intitola Il Matrimonio Impossibile,” dice senza mai fermarsi, senza quasi prendere fiato, gesticolando e passandosi le mani tra i capelli spettinati. “E’ così magico e bizzarro. Sembra quasi che sia stato dipinto per me!” Nel modo più assoluto, Gillian Anderson non è come ve l’aspettereste. Sempre che quello che vi aspettate voi è quello che mi aspettavo io, e cioè una versione dal vivo di Dana Scully, la scettica e pratica Agente dell’FBI in tailleur che la Anderson ha impersonato per quasi un decennio (dal 1993 al 2002) in X Files. La ovvia differenza è questa: la rossa più famosa degli ultimi anni non è affatto una rossa (“No, no, biondo cenere con colpi di sole”). Non priva di humour, rilassata, non compassasta, né fredda o intimidatrice. Ridacchia, chiacchiera, gira per la cucina luminosa, mostrandomi le fotografie del suo matrimonio su una spiaggia kenyana con l’ex corrispondente dall’estero del Financial Times Julian Ozanne, e nel farlo quasi inciampa nel suo vivacissimo cucciolo bull-terrier, Radley. “Venga, le mostro lo studio di Julian,” dice con lo stesso entusiasmo con cui io guardo verso l’angolo della cucina dove lei sta ammirando i piatti che sua figlia di 11 anni, Piper, ha decorato durante il fine settimana. “E’ un dipinto di Diane Arbus, lo adoro e lei?” gesticola per la stanza in questione, dove pesanti ripiani di libri, poltrone di pelle e cartine africane dimostrano che un essere di sesso maschile ha decisamente abitato qui. E’ difficile non invidiare la vita della Anderson, che sembra tanto solare quanto la sua casa. Perciò sorprende la notizia – alcune settimane dopo la nostra intervista – che la Anderson e Ozanne si sono separati. Consapevole dell’effetto che ciò potrebbe avere sul mio articolo, è lei che ne parla per prima. “E’ una separazione consensuale”, spiega con molta attenzione, “ma per quanto siano decisioni prese in comune, sono sempre dolorose. Abbiamo vissuto una meravigliosa vita insieme e ovviamente c’è molta tristezza, al momento.” Sono sorpresa, questa è la prima volta che sento il suo lieve accento americano. In virtù del suo matrimonio con un inglese e della vita londinese, la Anderson – che vi ha vissuto fino all’età di 11 anni – sembra più inglese di un inglese nato e cresciuto qui. Ma quando spiega che “non è appropriato entrare nei dettagli” della rottura del matrimonio, è la star americana che parla e che è solo troppo consapevole dell’ossessione nei confronti della vita privata delle celebrità. Quando sono iniziate le audizioni per la soap opera della BBC dello scorso anno, un adattamenteo del Bleak House di Dickens, nessuno ha creduto alla direttrice del casting, Kate Rhodes James, quando ha detto che Gillian Anderson viveva a Londra. Fu una fortuna, per loro, che lei ne fosse a conoscenza. Lo spiccato accento inglese della Anderson è stata una delle tante rimarchevoli caratteristiche della Lady Honoria Dedlock che le è valsa una nomination ai Bafta, una bellissima donna aristocratica con un doloroso segreto. “Pervasivo”, “ipnotizzante”, “mozzafiato”, diceva la critica. “Assolutamente no,” vi risponderà la maggior parte della gente, se gli proponete una cena con tema Bleak House. “Bleak House ha decisamente cambiato le cose, per me,” dice la Anderson, seduta al bordo di un grosso sofa, con i gomiti appoggiati sulle ginocchia mentre osserva intensamente la sigaretta Golden Virginia che sta facendo rotolare tra le dita non curate. “Sento quella mia performance come un esempio di ciò che stava accadendo dentro di me e che non sono stata in grado di far affiorare prima.” Ma all’inizio, aveva declinato l’offerta della parte, rifiutando l’etichetta di attice televisiva. “Ho regalato nove anni della mia vita a X-Files,” dice per spiegarsi, fissandomi con gli occhi verde/blu più chiari che abbia mai visto. Gillian Anderson ha reso una perfetta Dana Scully. Ma, da attrice 25enne sconosciuta, rischiò di non ottenere la parte perché i produttori non pensavano fosse abbastanza sexy. A quei tempi, il suo metro e 58 era considerato un difetto più di quanto non lo sia ora, ma quegli occhi ipnotici alla fine vinsero. La Anderson – che ha quel raro tipo di bellezza che si approfondisce mano a mano che la si guarda – divenne velocemente uno tra i volti più famosi al mondo. Oggi, la maggior parte dei siti dei suoi fan in internet sono chiusi ai nuovi membri, benchè io abbia trovato posto su Obsse.com – che è l’Order of the blessed Saint Scully the Enigmatic, per quelli che vogliono venerarla (e non sto scherzando) al tempio di “Her Pantsuitedness” (ndt. paint suit, completo giacca pantalone). Quando The X-Files è finito nel 2002, la Anderson fu felice di allontanarsene – dai suoi fan fantascientifici (che ancora la inondano di mail ossessive), da Vancouver (dove trascorreva 10 mesi all’anno per le riprese dello show, spesso in condizioni sotto zero), dai giorni lavorativi di 12, 16 ore, dalla pressione senza fine della stampa e delle fotografie, e dalla costante speculazione riguardo la sua relazione stizzosa con il co-protagonista David Duchovny. Ringraziata la serie tv, avrebbe potuto permettersi un po’ di riposo. Ma invece di stare sul bordo di una piscina a leggere sceneggiature, la Anderson ha cambiato completamente vita trasferendosi a Londra. “Ero arrivata a un punto della mia vita in cui avevo deciso di partecipare ad uno show televisivo chiamato Hollywood Squares,” spiega, roteando gli occhi. “Era deprimente e avevo bisogno di uscirne.” Non molto tempo dopo il suo arrivo qui (ndt: a Londra), la Anderson – che a quel tempo era impegnata in un’altra relazione – ha incontrato Ozanne ad una festa di amici comuni. Poi hanno continuato ad incontrarsi nei mesi seguenti e presto si innamorarono. Fermarsi a Londra avrebbe avuto un senso a livello personale, ma professionalmente il trasferimento della Anderson ha rappresentato una lama a doppio taglio. Da un lato, l’ha liberata dalla sua etichetta (“In Inghilterra sono considerata un’attrice. In America, sono una star della televisione”). Ma dall’altro lato ciò ha scombussolato ogni eventuale piano di diventare una milionaria stella hollywoodiana. “Conosco quel gioco, so come funziona,” concede la donna che, dal suo ritorno a Londra, ha rappresentato due performance teatrali che hanno ricevuto ottime critiche – What the Night is For al Comedy Theatre nel West End e The Sweetest Swing in Baseball al Royal Court. “Non c’è dubbio che la mia vita qui stia diminuendo le possibilità di essere notata in America per diventare una star del box-office,” dichiara come dato di fatto, togliendo delicatamente un pezzettino di tabacco dalla lingua e rivelando un tatuaggio sanscrito – che può essere tradotto come “ogni giorno” – sul polso sinistro (ne ha altri due, sulla caviglia e sul fianco). “Detto ciò, ho fatto degli interessantissimi film indipendenti negli anni passati e l’essere a Londra mi ha reso una persona più felice perché è un posto dove posso essere totalmente me stessa.” Quando parla profondamente di sè ha l’abitudine di fissarti, quasi come in trance, a media distanza. Sceglie le parole attentamente – spesso facendo una brevissima pausa tra l’una e l’altra – e si succhia leggermente il labbro inferiore mentre pensa. Questa, dopotutto, è una donna che ha rilasciato talmente tante interviste nel passato che, a suo dire, a un certo punto a malapena riusciva a distinguere la vera sé stessa. Non passa nemmeno sopra ai fraintendimenti. O all’inaccuratezza, se è per questo. “L’altro giorno ho rilasciato un’intervista telefonica rigaurdo Bleak House a un giornalista che ovviamente non l’aveva visto,” ricorda con tono di disapprovazione. “A un certo punto, le ho detto che avrei interrotto l’intervista lì e che avrebbe potuto richiamarmi solo una volta che si fosse presa la briga di guardarlo.” Nella vita, la Anderson si sente caotica, sempre a rincorrersi la coda. Ma quando è sul lavoro, cambia totalmente: disciplinata, controllata, una professionista consumata. Kevin Macdonald, che recentemente l’ha direttta in The Last King of Scotland, il film tratto dal romanzo di Giles Foden sul dittatore Ugandese Idi Amin, è affascinato dalla sua precisione. “E’ come se prendesse possesso del personaggio,” si entusiasma della caratterizzazione di Sarah Zach, un dottore israeliamo che ha una breve storia con il medico personale scozzese di Idi Amin, interpretato da James McAvoy. “E, una volta che ha perfezionato la parte – fino alle più complesse espressioni facciali – non ci si perde. Tutte le sue riprese sono assolutamente precise.” Macdonald, che ha incontrato per la prima volta la Anderson quando erano entrambi in giuria per i World Cinema Awards due anni fa, era impressionato dall’intelletto, che sosterrebbe essere la chiave del suo considerevole talento di attrice. Era anche meravigliato dal suo deciso rifiuto di molti dei film in gara. “E’ decisamente una persona determinata,” ride. “Quando l’ho incontrata per la parte a LA, ha iniziato immediatamante a dirmi cosa le piaceva e cosa no della sceneggiatura. Non molte attrici si presenterebbero ad un’audizione iniziando con una domanda ‘Cosa intendete qui?’ e ‘La ragione di questo punto?’ ma questo è ciò che rende Gillian una simile rara creatura. Indicatore dell’intelligenza della Anderson come attrice è la sua resistenza alla caratterizzazione. Che interpreti un’aristocratica (House of Mirth, Bleak House), una madre lavoratrice (The Mighty Celt) o una versione comica di sè stessa (A Cock and Bull Story), lo fa con ogni sua fibra, cambiando camaleonticamente, dall’uno all’altro. Anche negli scatti per Vogue non recita la parte di una delle eroine postmoderne di Hitchcock in gonna e camicetta aderente: diventa fisicamente lei, fino al lento ancheggiare che costringe tutti i presenti nella stanza a seguirla con gli occhi, dal set al camerino per cambiarsi. “Proprio quando penso di aver capito Gill, lei mi sorprende ancora,” dice il direttore del casting Dixie Chassay, che è anche la figlioccia di Ozanne: “E’ difficile da conoscere veramente – sia come attrice che come amica – il che me la fa apparire ancora più affascinante.” Nei suoi 37 anni, Gillian Leigh Anderson ha vissuto più vite di molti. Poco dopo la sua nascita, i suoi genitori si sono trasferiti da Chicago a Puerto Rico. Poi, quando Gillian (che ha pronunciato le prime parole in spagnolo) aveva solo 15 mesi, si sono trasferiti di nuovo, questa volta per il Crouch End di Londra affinchè suo padre, Edward, potesse studiare alla scuola di film production alla London School of Film Technique. All’età di 11 anni, la vita della Anderson fu sradicata ancora una volta quando la famiglia tornò in America e alla piccola cittadina di Grand Rapids in Michigan, dove suo padre accettò un lavoro nella post-produzione e sua madre, Rosemary, nel settore dei computer. “Sono cresciuta come una scolaretta inglese con i genitori americani, e venivo trattata come una Yankie,” dice la Anderson (che ricorre di sovente alla terapia dalla tenera età di 14 anni) riguardo quel periodo. “Poi sono tornata in America e neanche lì mi sono sentita a casa.” Nel suo lavoro sembra aver trovato una via d’uscita, e un nascondiglio, dalle sue crisi d’identità. “E’ solo sul set di un film che le stupidaggini e i pensieri continui nella mia testa tacciono e posso davvero sapere chi sono,” dice con quello sguardo lontano. In un battito di ciglio, cessa quello stato contemplativo e appoggia la sua piccola mano sul mio braccio, emettendo una risata gutturale. “A dire il vero, sa una cosa?” dice, come se le fosse appena venuto in mente. “Recitare è l’unica cosa della mia vita che non sento sia incasinata!” Tipico di chi soffre di attacchi di panico, la Anderson la ha tendenza a parlare sempre più velocemente mentre mi racconta una storia riguardo una situazione stressante. “Sono in una casa gelata in una foresta fittissima in pieno inverno,” racconta di uno dei giorni che ha passato alla fine dell’anno scorso durante le riprese di Straightheads, un thriller a basso costo che narra la storia di una coppia del ceto medio che sopravvive all’aggressione di una banda e che diventa violenta. “Cerco di prepararmi psicologicamente per la scena, ma la casa è piena di gente e il tecnico del suono sta mangiando proprio davanti a me e rompe la mia concentrazione. Io ho in mano quest’arma che però ha dei problemi e devo rimetterla insieme. Poi inzia a piovere e dobbiamo aspettare per girare la scena. Gli addetti ai lavori sono in giro a scherzare e a ridere e io me la perdo. Mi lancio in una scenata. ‘Che diavolo succede qui?’ urlo, dopodichè esco sotto la pioggia. Perché, sa, sentivo il bisogno di uscire da lì e fare quattro passi.” Poi mi guarda con occhi sgranati, esausta al solo ricordo. “Posso diventare difficile, quando voglio,” sorride vergognandosene un po’. “Certo, aveva i suoi cinque minuti, ma era molto socievole per quasi tutto il tempo,” dice il regista Dan Reed quando gli chiedo dell’accaduto. “Non si è mai atteggiata a diva, nemmeno quando ha dovuto girare una scena di sesso con Danny Dyer nel mezzo della notte, in un bosco a cinque gradi sotto zero.” Un termine che torna spesso quando parlano di Gillian Anderson è “intensità”. Questa è una donna che non lascia niente a metà, che sia nella recitazione, nel divertimento, nel concedersi o nel trattenersi. Adolescente in Michigan – dove i compagni di scuola la elessero come “la più probabile ad essere arrestata” – si ribellò con tutte le proprie forze, tingendo i capelli di viola, fumando, bevendo e facendo uso di droghe fino all’eccesso e incollando i cancelli della scuola la notte del diploma. Quando approdò al ruolo di Scully, riversò tutta quell’energia in un lavoro a cui diede lettaralmente tutto, ritornando sul set dopo soli 10 giorni dal parto di sua figlia Piper (il cui padre, Clyde Klotz, era un direttore artistico della serie e con il quale la bambina ha vissuto a Vancouver fino a poco tempo fa). “Ero abituata ad affrontare lo stress del lavoro sulla serie, mangiando bene o mangiando male,” ricorda. “Un minuto prima mangiavo macrobiotico e il minuto dopo non lo facevo. A volte bevevo cinque caffè al giorno e altre non ne bevevo affatto.” Questo confuso rapporto con il proprio corpo continua ancora oggi. “Praticamente ci sono due me stessa,” confessa. “Una parte di me mangia bene, medita e si prende cura di sé; l’altra parte è totalmente indisciplinata.” A 21 anni smise di bere per un lungo periodo. (“L’alcool mi piace un po’ troppo,” è una frase che le accreditano.) Comunque, non è più astemia. “Ci sono periodi durante i quali bevo, e periodi in cui non lo faccio,” spiega. Avendo deciso di non parlare del suo rapporto con l’alcool in pubblico, comunque, inavvertitamente ha incoraggiato quel pettegolezzo. All’inizio di quest’anno, un giornale ha pubblicato la notizia di un presunto incidente che ha coinvolto la Anderson – la quale, secondo alcuni testimoni, aveva bevuto almeno sei bicchieri di vino rosso – che ha fisicamente e verbalmente aggredito un uomo che non prestava sufficiente attenzione al figlio durante un volo dallo Sri Lanka a Londra. Basti dire che, a quel temp, la Anderson stava vivendo una fase durante la quale beveva. Attualmente, non lo fa. “Non sto bevendo, adesso,” è tutto ciò che ci dice. Possono esserci due di lei nella sua vita personale, ma durante il suo lavoro c’è una sola e concentrata Gillian Anderson. “Il mio lavoro è l’unica cosa in cui sono sempre me stessa, senza fallimenti, incredibilmente disciplinata,” insiste la Anderson (che, mentre pensa al suo prossimo ruolo in un film, ha scritto una propria sceneggiatura e medita di dirigerla). “Il lavoro mette a tacere qualunque stupidaggine fine a sè stessa, le ansietà e le paure che mi attanagliano nella vita. Ricordo di aver vissuto un momento emotivo molto particolare nella vita privata durante la lavorazione di un film. Un giorno realizzai che ero stata così immersa nel lavoro che non ci avevo pensato per ore. Il sollievo che provai fu incredibile,” quasi sospira, fissandomi con quegli occhi profondi come l’oceano che, solo per un momento, sembrano eccitati come quelli di una bambina. “Fu come se si fosse accesa una lampadina e pensai fra me: ‘Bene, almeno c’è un modo per fuggire dalla follia.’” --- La sorprendente Anderson Si farà vedere o no? Quasi mi aspetto che non arrivi, Gillian Anderson. Due giorni prima che ci incontrassimo per questo pranzo, i suoi avvocati hanno rilasciato una dichiarazione secondo la quale, dopo sedici mesi, il suo secondo matrimonio era finito. Nei suoi panni, probabilmente io avrei deciso che quel pranzo in un ristorante di Notting Hill con grandi finestre sulla strada – da sola con una giornalista – non sarebbe stata in cima alle mie priorità. Passano cinque minuti: le 10:20. Poi la porta si apre e una persona minuta con grandi occhiali da sole si avvicina velocemente al tavolo e saluta. “E’ d’accordo se ci sediamo lì in fondo?” chiede e, senza aspettare una risposta, porta la sua bottiglia d’acqua verso un tavolo distante, in un angolo più appartato. Tolti gli occhiali da sole, la sciarpa rosa e la giacca a vento afferra il menu. Ossevandolo con piglio serio, la Anderson mi dice che l’insalata di anatra è buonissima. Prima di questo, come aperitivo vorrebbe una caraffa di te Harmony (ricordate che questa è Notting Hill, e che lei ha vissuto qui diversi anni). Con un sottile umorismo malinconico, osserva che un po’ di te ‘in più’ potrebbe essere utile. Non avrei parlato della separazione fino alla fine, per evitare che mi fulminasse o facesse una partaccia, ma d’altro canto sembra sgarbato non dire che sei, be’, dispiaciuta. “Sì, è, uhm, un momento sfortunato e difficile… Nel complesso, stiamo cercando entrambi di comportarci nel modo più responsabile e maturo possibile, anche se ad ogni passo c’è la preoccupazione , «Oddio, diverrà un incubo?» "Fortunatamente, non abbiamo intenzione di andare per le lunghe.” Aggiunge che “E’ molto importante sapere chi ti è amico adesso. E’ in questi momenti che scopri chi sono veramente le persone. E’ davvero triste, ma è un momento che ti insegna molte cose, questo.” Ha sposato Julian Ozanne – capo del bureau dell’FT in Africa, attualmente consulente finanziario e direttore di una compagnia di combustibile ecologico – alle Hawaii nel Dicembre del 2004 -. Secondo indiscrezioni, la coppia è stata separata per un po’: lei ha chiesto agli avvocati di divulgare la notizia nella speranza che “il rendere pubblica la notizia cambiasse la dinamica delle cose,”. Nella speranza di riuscire a mantenere il controllo? “Lo si spera.” La Anderson ferma un cameriere e chiede se lì è permesso fumare. No, non è permesso. “Non so perché, ma muoio dalla voglia di una sigaretta.” Gillian Anderson ha 37 anni. I suoi genitori hanno lsciato gli Stati Uniti e si sono trasferiti a Londra quando lei ne aveva due: il padre ha studiato qui, prima di dar vita alla propria compagnia di post-produzione. Quando lei aveva 11 anni, poi sono tornati a Grand Rapids, Michigan, un trasferimento che le è dispiaciuto moltissimo. (Benchè parli di ‘difficoltà’ e di ‘impatti negativi’, il suo accento – almeno con me – è fresco, senza inflessioni.) Dopo la scuola d’arte drammatica è diventata molto famosa all’età di 24 anni quando è approdata al ruolo della scettica Dana Scully negli X Files, una serie horror/fantascientifica con un alto ed inusuale quoziente di strane teorie cospirative. Nella seconda stagione, durante il suo matrimonio con un membro del cast, Clyde Klotz, la sua gravidanza fu camuffata da un rapimento alieno (con una simmetria sorprendente con la nona ed ultima stagione. Scully diventò lei stessa madre di un bambino con poteri sovrannaturali). Poi dieci giorni dopo la nascita della figlia, Piper oggi undicenne, tornò sul set. Per quasi un decennio, lei e il suo collega David Duchovny, con il quale accreditavano una relazione altalenante durante un lavoro di 16 ore al giorno, per cinque giorni alla settimana e nove mesi l’anno. Solo dopo la fine della serie lei ha realizzato quanto infelice l’avesse resa tutto ciò. “Non era così in quel periodo. Non avevo altri punti di riferimento.” Ricorda la sensazione di estremo rallentamento durante la sua gravidanza (aveva iniziato a soffrire di attacchi di panico, durante quel periodo), e dopo la nascita della figlia, e quando Piper ha iniziato a cercare la sua tata invece che lei. 'Sa, a vent’anni certe emozioni, la nascita di un figlio, un divorzio, l’impegno in una serie che andava bene, tutta la pubblicità che ne scaturiva, tutte quelle dichiarazioni insensate su me e David c’erano momenti in cui ero intrattabile.” Docile e astiosa, aggiunge. “Ed ero così fortunata ad essere parte di qualcosa di così eccezionale. Ci divertivamo.” Gli attacchi di panico sono ancora parte della sua vita. Nel suo caso, sono direttamente collegati alla sua paura di dimenticare le battute, un’ansia che raggiunge il suo massimo quando è sul palcoscenico. Nel 2004, nella seconda giornata di una produzione alla Royal Court, la Anderson ne sentiva tutto il peso. “Quando succedeva, pensavo: ‘Accidenti, è la fine’. Tutto ciò a cui riesci a pensare è: ‘Quando posso lasciare il palco?’” In qualche modo riusciva ad andare avanti con lo spettacolo e poi, con il regista, mettevano in atto un paio di strategie, e – per fortuna – non ha avuto più attacchi di panico da allora. Ma non le piace sfidare la sorte: '’E’ come scendere a patti con un serpente a sonagli, il solo modo per continuare è ricordare sempre che è un serpente a sonagli. Se lo dimentichi, è la fine. C’è una certa quantità di timore reverenziale che avanza mentre realizzi che potere hanno gli attacchi di panico nella tua vita. Mi inchino a loro e chiedo loro ‘per favore, non oggi.’ Sembra riferirsi al teatro. “Di solito quando lavoro su una rappresentazione – ed è la ragione per cui non ne faccio tanto spesso – inizio le prove e mi diverto molto, poi mi immergo nel lavoro e penso ‘Ma cosa diavolo sto facendo, è troppo difficile, troppo stressante.’ E poi vado avanti e va tutto bene, amo assolutamente tutto ciò che sto facendo per un paio di settimane. Ma poi ricomincio a pensare, ‘Oddio, finirà mai?’ e realizzo che non finirà e che dovrò dare il meglio ogni sera. Poi c’è da tenere a mente sempre le battute e lo faccio per un po’ finchè non ritorno a pensare. ‘Quando diavolo finirà tutto questo?’ e infine mi dico ‘Oddio, sta per finire, e questa è stata un’esperienza magnifica!” Infilza l’insalata di anatra. “Non sono mai soddisfatta. Fa parte di me, è parte di ciò che sono.” Non sa da dove provenga, ma non è una cosa negativa: continua a darsi forza. 'D’altro canto...' Si interrompe. Non capisco la ragione per cui dia tanto peso alle parole, analizzando tutto ciò che queste possano contenere; forse sta cercando di esprimere al meglio i concetti che ha nella testa. “Lavoro molto per essere felice, moltissimo, ma è difficile per me perché ciò che mi circonda non è sufficiente.” Quattro anni fa visse un momento positivo, era “davvero, davvero felice”, e fa una lunga pausa distratta mentre ricorda quel tempo, poi ritorna bruscamente alla realtà, “Già, ma facevo molto yoga e meditazione. Stavo per dire che mi cibavo di roba sana, ma credo di aver mangiato più yogurt gelato che altro.' E’ una buffa creatura, Gillian Anderson. Inizia a piacermi per varie ragioni. Riesce a cambiare facilmente discorso. Indossa un eccentrico paio di scarpe bianche con i tacchi alti, un paio di malconci pantaloni militari e un giacchino viola. Parla brillantemente. Si eccita quando un cameriere porta un vassoio di pudding, e corre fuori per mettere i soldi nel parchimetro così può tornare presto a prendersi la torta brulee al limone (“e per favore abbondi con il toffee”). Non indossa un orologio. E’ capace, anche in giornate come questa, di momenti di candore quasi doloroso. E infine, mi piace perché quando l’intervista è finita, ha salutato cercando di lasciare il ristorante non attraverso la porta ma attravesro una delle porte finestre. Non dev’essre molto calma. Considerato che ha una bella linea, viste le parti in cui indossa corsetti con assoluta discrezione e ferrea autodisciplina (la Lady Dedlock di Bleak House, una performace magnificamente rappresentate per la quale è candidata ad un Bafta, e la Lily Bart di The House of Mirth), è interessante che la Anderson sia così impulsiva e aperta. Ad esempio, aveva preso in simpatia una barista dello Starbuck che si era legata a Piper e l’aveva assunta immediatamente come sua tata. Chiaramente alla Anderson piace il rischio. Los Angeles, per esempio, era troppo scoperta. Le offerte dopo X Files erano finite e quando si ritrovò a Hollywood Squares pensò: '’Come ho potuto accettare? Sì, è per beneficienza, certo c’è Gloria Steinem, ma mi fa venire il mal di stomaco, cosa diavolo sto facendo?” Così nel 2002 è partita e si è ritrovata a Londra. Non è necessariamente il posto più sensato in cui vivere, se si vuole proseguire una carriera nel cinema. “Non mi facevo vedere spesso, a Los Angeles, e questo mi ha reso le cose più difficili in termini di lavoro. I produttori hanno bisogno di vederti sulla carta stampata, dal vivo, durante incontri, provini e cose del genere. E tanto a loro interessava questo punto di vista, tanto io non provvedevo a dimostrare le cose che posso fare come attrice per farmi scritturare senza che mi sedessi di fronte a loro e iniziassi le danze.” E crede che questo sia piuttosto giusto. Di tanto in tanto si allontana per una settimana, ma dice “Non lo farò finchè mia figlia andrà a scuola qui, nella speranza che qualcuno voglia incontrarmi. Mi piace prenderla con calma.” Per questo fa sporadiche apparizioni in programmi televisivi di qualità e in piccoli film indipendenti (The Mighty Celt è uscito lo scorso anno; Straightheads e The Last King of Scotland devono ancora uscire nelle sale). Ad ogni modo, trova difficile guardare il prodotto finito. “Non sono solita guardare cose che faccio perché dopo mi deprimo.” Dopo X Files, che sembra tanto collaborativo quanto estenuante, trovava difficice accettare la propria impotenza: hai il controllo della situazione per pochi minuti di fronte alla telecamera, poi il comando passa a qualcuno nella sala di montaggio. “E io ho bisogno di dimenticare questo aspetto, perché può farti diventare matto anche se a volte semplicemente non realizzo che non dispongono di certe riprese, benchè sembri ovvio.” E, be’, i registi comprendono questo suo disappunto? Ride. “Cerco di stare molto attenta, e allo stesso di essere sincera. Se viene chiesta la mia opinione, dico che potrebbe andare molto meglio o che mi è piaciuta ma che non mi fa impazzire.” Guarda il mio pudding, si chiede se voglio assaggiare la sua torta al limone e ci scambiamo i piatti. Ora recita, ma sta lavorando ad una sceneggiatura che spera, un giorno, di dirigere: ha comprato i diritti di un romanzo di Elizabeth Rosner qualche tempo fa, ma ora sembra combattuta a riguardo: “Ha bisogno di alcune piccole cose che sono, ehm, importanti,” ammette con una piccola risata. Il suo hobby principale è “comprare case, ristrutturarle, rivenderle a prezzo maggiorato. “Principalmente, lavoro con architetti, arredatori, adoro queste cose. Ne ho ristrutturate molte. Due a Londra, due in Canada, due in California.” Ah, ritorna quell’impulso d’insoddisfazione. Scommetto che sta già pensando alla vendita della casa coniugale in fondo alla strada, e al prossimo acquisto. Descrive la sua casa attuale come “grande, aperta e bianca. Mio… [e qui fa una lunga pausa, mentre cerca la parola giusta] marito ama le pareti bianche. Anche io. Un misto di elementi ricercati ma anche comuni, contemporanei ma classichi. Ma, prima di questo, sulla Portobello Road, ero impazzita per i colori. Ho speso un’esorbitante quantita di denaro per strati e strati di colore. Ricercati, bohemien, marocchini. Prima ancora, in Canada, ho giocato molto con legno e vetro che si affacciavano sull’oceano, molto solido.” Un ciclo continuo di reinvenzione. Ma lei e Piper rimarranno a Londra? “Sì, per ora. Forse resteremo qui per i prossimi 20 anni o magari mi innamorerò della Spagna, o dell’India. Chissà. Le cose stanno cambiando, in questo momento. Il che è positivo,” dice, spingendo il cucchiaio nel piatto. “E davvero difficile, smettere di mangiare. Lo finirà, quello, quando sarò andata via?” Il parchimetro ha di nuovo finito il tempo. Deve andare al negozietto di cibo leggero, Fresh and Wild, e poi prendere Piper da scuola. Non posso stare qui da sola, a finire il pudding, le dico. 'Sì che può. La prego, non scriva che ho mangiato due dolci. Può essere sincera, raccontando che ho mangiato tutto il mio e metà del suo. Be’, ne prenderò un altro po’, prima di andare.” Le dico che sono sorpresa che non abbia cancellato quest’incontro. No, dice lei, non le è mai passato per la testa di farlo. “Io mi presento sempre, è una delle cose che faccio.”
26 gennaio 2006
Newsday Interview In Inghilterra mi viene chiesto spesso se mi considero Inglese, ma non è così. Mi identifico con il sense of humor britannico, con il modo di parlare, di vedere la politica; mi sono più familiari tanti piccoli aspetti della cultura britannica che non quella americana. Quando sento la mancanza dell’America, mi manca il paesaggio. Non è la mancanza di un’identità o un’insoddisfazione o un desiderio. Ogni tanto mi manca guidare sulla Costa del Pacifico o cose del genere. Una delle ragioni del suo trasferimento è il suo sentirsi
incompresa come attrice in America? In parte. Gli attori spaziano da Shakespeare al National fino a
uno speciale per la BBC, a un film come protagonista. Vanno avanti e indietro e
sono sempre altamente rispettati, tutto qui. Ma anche perché ci sono troppi
attori negli USA, della mia stessa età, tra i 20 e i 40 anni, della cui
categoria faccio parte anch’io, e ci sono 20 attrici nella stessa lista che mi
superano. E’ un fatto. Il sistema cinematografico americano tiene conto più del
box office, ora più che mai, e il modo in cui scritturano è questo – chi può
farci guadagnare? Ero reclutante perché a quel punto, quando ho iniziato a girarlo, avevo fatto solo due commedie da quando la serie era finita e avevo girato solo tre giorni di "Tristram Shandy," e un film nord irlandese che sapevo che il pubblico americano non avrebbe mai visto. Perciò ero conscia di non essere categorizzata più di quanto non lo fossi già stata come attrice televisiva. Ma ne avevo parlato con amici che lavorano nel campo, e che passano dalla televisione al teatro al cinema e mi hanno detto, "no, no, no, è completamente differente, ed è OK." Parlando di "The X-Files," si dice che ci sarà un altro film.
E’ vero?
--- 20 gennaio 2006 --- Estratto dal PHILADELPHIA DAILY NEWS "Ma non è stato così. Credo sia stato scioccante. Ma credo
sia stato più chiaro per me di quanto il pubblico o gli addetti ai lavori
potessero vedere, me aldilà del personaggio, e la volontà di rischiare," dice la
Anderson. --- 20 gennaio 2006 Perché ha scelto di interpretare la parte di Lady Dedlock? Era contraria a lavorare in un altro ruolo in TV e alle ripercussioni che avrebbe avuto sul suo tempo? “Credo abbia poco a che fare con le ripercussioni sul mio tempo e più con il fatto di fare televisione, punto. Ho rifiutato tutto ciò che aveva a che fare con la TV dalla fine di `The X-Files’. “Ma quando mi è stata offerta questa parte [in `Bleak House’], mi è stato detto che [interpretare questo ruolo televisivo] era molto diverso. Vivo in Inghilterra e mi è stato ricordato che lì è molto più facile per gli attori passare dalla televisione al cinema al teatro ogni volta, e che ciò non ha effetti negativi sulla propria carriera. E' solo una parte di questo lavoro. “Poi ho iniziato a leggere gli episodi, erano scritti così bene ed erano così coinvolgenti e i personaggi così interessanti che ne sono rimasta affascinata. Ho incontrato il regista e i produttori e tutto ha iniziato ad avere un senso, è diventato qualcosa che volevo fare davvero.” Può descrivere Lady Dedlock e cosa di lei le ha fatto decidere di accettare la parte? “E' un personaggio incredibilmente complicato e complesso. Ha vissuto una vita particolare e ha fatto un paio di scelte che, a quell'epoca e a quell'età, hanno avuto effetti potenzialmente devastanti sulla sua vita di moglie e madre, il che è ciò per cui le donne vivevano all'epoca. Il risultato è che doveva mantenere quelle decisioni - da non considerare come errori - per sè e mantenere quei segreti per evitare che le distruggessero la vita. Poi, dopo il matrimonio, nasconderli per evitare che le distruggessero il rapporto con il marito. “La conseguenza del nascondere quei segreti e la perdita di ciò che ha vissuto da giovane, nel tempo ha avuto un forte impatto su di lei e sul modo di vivere il suo mondo. E' diventata severa, forte, rigida, critica e molto, molto triste.” Recitare il ruolo di qualcuno così cauto e rigido ha rappresentato una sfida? "No, non credo che sia stata questa la sfida. La sfida era nel rendere in modo sempre diverso le numerose perdite che ha vissuto e che continua a vivere durante gli episodi. Se si continua a vederla in uno stato di rimorso, dolore o paura per le sue esperienze nel corso della storia, la sfida è nel non mostrarlo in modo noioso.” Vede delle similitudini tra Lady Dedlock e Lily Bart, la parte che hai recitato nel film “The House of Mirth”? “Per Lady Dedlock di `Bleak House’ è stato peggio di 'The House of Mirth', che ho interpretato cinque anni prima. Le conseguenze per una donna erano peggiori [ai giorni di Dickens]. Ma sono personaggi molto diversi. Lily Bart era una giovane donna molto ingenua, Lady Dedlock è una donna con esperienze mondane. Sono molto diverse, credo che i segreti di Lady Dedlock siano anche più grandi di quelli di Lily Bart.” Ha fatto molto teatro a Londra, è ciò che preferisce? E' il suo più grande amore, al momento? “No, intendo dire che ho fatto due commedie a Londra ma anche cinque film, non direi che è il mio amore più grande. Ma è certamente qualcosa che voglio continuare a intraprendere in un futuro non molto lontano.” Parlando di “The X-Files,” è una cosa per cui viene ancora riconosciuta? “Mmm-hmm.” Succede spesso? E' una parte della sua vita che la stimola? "Non direi sia qualcosa che mi stimola, è solo una parte della mia vita. Vengo riconosciuta quotidianamente, in qualunque Stato mi trovi.” La sorprende di essere ancora riconosciuta tanto? “No, non mi sorprende. E' sorprendente quando mi vedo completamente diversa dal personaggio [ride], e i miei capelli sono raccolti in un coda e indosso flip flops e via dicendo. E' allora che lo trovo sorprendente, quando sono in incognito. Non che cerchi di esserlo, ma quando ci penso credo di essere invisibile [e non lo sono].” Parliamo un po' di Dana Scully, il personaggio che ha interpretato in “The X-Files,” vedo molte donne in TV ora, donne forti nelle forze di legge, che lavorano ad ogni sorta di indagini. Crede che la sua rappresentazione di Scully o Scully stessa abbiano portato a ciò? “Be', sembra di sì. E' grazie all'ideatore, Chris Carter, e alla sua visione del personaggio che ha scritto e agli episodi che ha ideato. L'inizio di tutto, fondamentalmente, è quello [la svolta in cui le donne venivano scelte e rappresentate]. Ha lottato con i denti e le unghie per avere me invece della versione delle donne televisive di allora, che erano molto diverse. E ironicamente ha avuto un effetto globale sulle donne e sulla televisione, sul come si comportano e non su come vengono percepite.” Sì, credo abbia ragione. E' un bene che il modo in cui le donne vengono raffigurate sia cambiato in meglio. “E' sorprendente. E' sorprendente pensare che sia accaduto. [Ride.] Quella vecchia strana serie che facevamo ha avuto una grande influenza sulla televisione per diversi fattori: dalle luci in TV al tipo di storie che venivano raccontate dai personaggi. Le tante cose che si vedono adesso vedono molte coppie uomo-donna che indagano. E' quasi un gioco, adesso qualcuno dovrebbe portare qualcosa di nuovo!” [Ride.] C'è un altro film di `X-Files’ nei paraggi? “Sì, tutti noi speriamo che ce ne sia uno, ma credo ci siano delle complicazioni, al momento, con la Fox. Quindi, chissà cosa succederà. Continuano a dirmi che è imminente ma poi non lo è, quindi credo sia ad un punto di stallo.” --- Dagli alieni a Dickens Gillian Anderson è apparsa più piacevole e calma dell'ultima volta che l'abbiamo vista. La Anderson ammette che i suoi nove anni in "The X-Files" hanno influito sulla sua vita privata. Ha trascorso fino a 16 ore al giorno a lavorare sulla serie della Fox a Vancouver e ha passato il resto del tempo per pubblicizzarla. "Ho perso il conto di quante volte i giornalisti mi hanno chiesto se credevo agli alieni, e ogni volta che mi veniva chiesto era come se pensassero che fosse la prima volta che mi veniva posta quella domanda, " dichiara la Anderson. L'attrice ha lasciato il paese dopo che la serie è finita e vive in Inghilterra, dove ha incontrato il maritoche ha lavorato per il Financial Times a Londra. Ha lavorato molto sul palcoscenico e in film indipendenti. Ora è la protagonista nell'epopea prodotta dalla BBC "Bleak House," che andrà in onda da Domenica sulla PBS. La serie di sedici ore, basata sulla novella di Charles Dickens, andrà in onda in sei parti, in cui la prima e l'ultima formeranno uno spieciale di due ore, mentre le altre saranno di un'ora. Anderson recita il ruolo di Lady Deadlock, una donna con un segreto nel passato che minaccia di distruggerla. L'attrice dichiara di non essere entusiasta di ritornare in televisione, benché Britannica, dopo il lavoro estenuante in "X-Files". "Avevo detto alla mia agente di non essere interessata alla televisione," ci dice. "Ma non ho potuto resistere allo script." La Anderson dice di non voler ritornare alla televisione americana, ma spera di tornare a lavorare presto in un nuovo film di "X-Files". "Io voglio farlo. David (Duchovny) vuole farle e Chris Carter sa già cosa vuole scrivere, " dichiara. "Ma c'è un intoppo con la Fox." L'attrice dice che trasferirsi a Londra è stato positivo per se stessa, ma che non ha fatto progredire molto la sua carriera cinematografica. "Sono andata ad un Party dei Golden Globe, ieri sera, ed è stato bello parlarne a degli amici, ma la mia agente ha cercato di dire a tutti che avevo fatto 'Bleak House' e a nessuno interessava perché non lo avevano visto," dice la Anderson. "A Hollywood, vali quanto l'ultima cosa in cui hai lavorato, ed è passato del tempo da quando io l'ho fatto. E' difficile avere sempre qualcosa da offrire, in questo lavoro." --- 16 gennaio 2006 La Anderson recita la parte di Lady Dedlock che,
riconoscendo la calligrafia su un documento legale, fa progredire la storia.
Tutto parte da un interminabile caso legale riguardo un testamento impugnato,
Jarndyce vs. Jarndyce. Una delle parti in causa, John Jarndyce (Denis Lawson,
che ha recitato la parte di Wedge Antilles nella prima saga di "Star Wars"),
prende con sè gli eredi Ada (Carey Mulligan) e Richard (Patrick Kennedy) e
l'orfana Esther (Anna Maxwell Martin). Si è trasferita a Londra per una commedia, ha comprato una
casa, ha incontrato e sposato l'uomo che ora è suo marito, poi la sua agente
l'ha convinta a leggere il copione di "Bleak House". ---
--- Il prossimo futuro di Gillian Anderson sembra "Bleak," (ndt:
desolato) e a lei sembra stare bene |